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Love Save The day Tim Lawrence

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LIBRO: Love saves the day, Tim Lawrence

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Panoramica veloce

Circa duecento nottambuli, in vena di festeggiamenti, procedono verso il 674 della Broadway, situato proprio a nord di Houston street. Il quartiere è deserto, le piccole botteghe di artigiani o hanno chiuso o si sono trasferite fuori Manhattan, e le strade lastricate e gli edifici senza luce sembrano un set cinematografico abbandonato...


Circa duecento nottambuli, in vena di festeggiamenti, procedono verso il 674 della Broadway, situato proprio a nord di Houston street. Il quartiere è deserto, le piccole botteghe di artigiani o hanno chiuso o si sono trasferite fuori Manhattan, e le strade lastricate e gli edifici senza luce sembrano un set cinematografico abbandonato. Ma c'è del movimento di fronte al n. 674, e già prima di mezzanotte si è cominciata a formare una lunga coda davanti all'imponente magazzino. Le persone sono accolte all'ingresso dell'edificio e gli viene chiesto di mostrare l'invito, dopodiché salgono la scala che li porta al primo piano dove un altro addetto controlla il loro nome, infine salgono al secondo e lasciano la loro offerta di due dollari. Sono finalmente entrati al “Loft”.

L'interno, un guscio post-industriale che in qualche modo riesce ad essere intimo e dispersivo allo stesso tempo, colpisce proprio come l'esterno. Qui non sembrano esserci né stanze nè bagni, e lo spazio, progettato aperto, è decorato con centinaia di palloncini colorati che pendono dal soffitto, galleggiano nell'aria e rimbalzano sul pavimento di legno. Un altare yoga corre lungo una della pareti, su di un'altra fa bella mostra un ricco buffet di succhi, frutta fresca e noccioline varie, e una gigantesca palla rivestita di specchietti è appesa al centro del soffitto. Il resto della sala è vuoto. Nessuno vive così. Nemmeno i newyorchesi. O perlomeno non fino ad ora.

Una musica soave viene fuori da un paio di casse Klipschorn, riempiendo lo spazio di possibilità, e come gli ospiti iniziano a sentirsi a loro agio in questo nuovo ambiente, i loro corpi cominciano a ondeggiare, le braccia si tendono, le gambe si scaldano e i piedi inconsapevolmente battono il ritmo. Nota dopo nota, battuta dopo battuta la musica diventa sempre più intensa e ritmica fino a che, tutto e tutti, sono trascinati in una vertiginosa esibizione di movimenti. La fonte della musica rimane comunque un mistero: l'anfitrione del party David Mancuso stà mettendo dischi con i suoi piatti AR, ma la sua ispirazione viene da chi balla, a sua volta stimolato dalla musica.

I messaggi sono indefiniti e complessi, nessuno scienziato potrebbe sperare di calcolarne lo sviluppo di relazioni a livello di energia, forza e movimento, ma la comunicazione è indubbia. E' una situazione nuova, e diventerà presto l'incubatrice della più importante rete di connessione tra moltissimi proprietari di clubs e dj durante gli anni ‘70 e ‘80.

Sette anni dopo, nel ‘77, un altro tipo di locale apre in una diversa zona della città.

Lo studio 54, prende il nome dal posto dove si trova: il n. 254 della 54ma west, nel cuore della zona dei teatri di Broadway.

E' facile individuarne la porta di entrata per il fatto che diverse centinaia di clienti stanno provando ad entrare, la maggior parte senza riuscirvi. Le celebrità, si capisce, sono una parte cruciale nella scena che si va svolgendo.

Tantissime sono state invitate e un numero impressionante se ne è presentato.

Il caos è tale che molti – tra cui, si dice, Frank Sinatra – non si azzardano nemmeno ad uscire dalle loro limousine. Presiede sopra il pandemonio Steve Rubell che insieme al suo socio Jan Schrager, è proprietario della nuova discoteca. Sotto tutti i punti di vista è piuttosto soddisfatto di se stesso.

A chi balla dentro il locale potremmo perdonare il fatto che si meraviglino di dove siano entrati. Lo Studio 54, dopotutto, è sistemato in un vecchio teatro, e sembra avere più in comune con uno show di Broadway che con una discoteca. L'impressione è accuratamente studiata. Carmen D'alessio , ex capo delle pubbliche relazioni per Valentino, e mente creativa che è dietro l'allestimento dello Studio, voleva combinare palco e pista da ballo per realizzare un allestimento multimediale e intercambiabile, permanentemente funzionante, e per realizzare gli arredi degli interni e l'impianto luci aveva assunto tutti i maggiori esperti sulla piazza, incaricandoli di creare il massimo effetto scenico. Il risultato finale, un misto di sfarzo e sfavillio pirotecnico, emoziona e al tempo stesso disorienta.

La gente balla seppur seguendo un ritmo spezzato. C'è così tanto da vedere che l'esperienza sonora risulta insolitamente smorzata. Richie Kaczor, uno dei migliori dj del circuito, sta mettendo la musica, ma pochi sanno chi sia, e ancora meno hanno interesse a scoprirlo. Per la clientela dello Studio ci sono cose ben più importanti a cui prestare attenzione, come le celebrità che potrebbero o non potrebbero star ballando nelle loro vicinanze, o la possibilità che qualcuno pensi che siano loro stessi delle celebrità, o che lo Studio potrebbe, in qualche modo, offrire loro quella svolta che stanno aspettando.

Una presenza massiccia dei mezzi d'informazione rende l'atmosfera più intensa: troupe cinematografiche filmano lo spettacolo e i fotografi catturano istantanee di questa magia in atto.

Qualunque sia la loro condizione sociale, chi balla crede di star prendendo parte ad una nuova forma di democrazia, con le luci dei flash come chiave per l'uguaglianza, piuttosto che urne elettorali o proteste in strada. Così come il Loft, questa è una situazione nuova, e sarà vista da molti come la rappresentazione dell'apoteosi della disco.

Questi mondi contrapposti sono il ritratto di due dei più importanti locali del decennio.

Uno adotta basso profilo e riservatezza, mentre l'altro è stellare e affamato di pubblicità. Uno incarna downtown, mentre l'altro è il simbolo di midtown. Uno concentra la sua attenzione sui dj e il ballo, mentre l'altro è più interessato alle luci dei flash ed agli allestimenti spettacolari. I due ambienti sembrano non avere nulla in comune: provengono da differenti tradizioni ed abbracciano diversi ideali. E potrebbero addirittura essere descritti come antagonisti che lottano per stabilire il modo in cui l'America debba ballare.

Eppure esistono inaspettati collegamenti tra il Loft e lo Studio 54. Per esempio il sistema audio dello Studio 54 era stato installato da una stretta conoscenza di David Mancuso. Nicky Siano, uno dei due dj che lavoravano per lo Studio, era un assiduo frequentatore del Loft. Così come Carmen D'alessio, che prova seppur brevemente, ad adottare per il nuovo locale lo stesso sistema di inviti del Loft. E mentre in verità, i proprietari dello Studio 54, non hanno visitato il Loft, uno di loro – Steve Rubbel – ha copiato qualche idea da alcune derivazioni del Loft. Questi locali quindi, hanno in comune sicuramente qualcosa in più di un quello che suggerirebbero occhi e orecchie.

Love Saves the Day, nome in codice del party inaugurale di David Mancuso per San Valentino, racconta la storia sia del Loft che dello Studio 54. All'inizio li descrive come fenomeni separati. Uno, dopotutto fu il fulcro dell'underground newyorchese, mentre l'altro diventò il punto focale dell'edonismo eccessivo di midtown. Tuttavia, Love saves the Day esplora anche le connessioni che esistevano tra i due locali, unendo i punti e rivelando quindi, il modo in cui la dance culture evolse dal modello appartato del Loft fino al paradigma estroverso dello Studio 54, ed il modo in cui queste due discoteche divennero snodi cruciali del più ampio scenario del “mondo notturno”.

Quel continuum non iniziò e finì a Manhattan, ma si estese in un vasto assortimento di centri urbani e satelliti periferici che seguivano la scia, ma a loro volta arricchivano i poli metropolitani della musica dance. Ovunque fossero ubicate, le discoteche quasi invariabilmente, attraevano e successivamente perdevano le loro folle di appassionati, a volte perché un dj favorito se ne andava, a volte perché un gruppo di imbucati rovinava il party, a volte perché una migliore alternativa apriva in un'altra parte della città, e a volte perché le giunte comunali decidevano di averne avuto abbastanza. Queste autorità agivano seguendo una serie di editti bizantini che riguardavano problemi di consumo d'alcool, modalità d'ingresso, uscite di sicurezza, destinazione commerciale dell'edificio, orari d'apertura, livelli di rumorosità e preferenze sessuali, anche se a volte erano costretti ad ammettere di avere solo un controllo limitato, su un particolare tipo, tra i vari party privati. I proprietari, dal canto loro, non solo avevano a che fare con questi zelanti legislatori, ma dovevano anche tenere d'occhio quello che sembrava essere un settore in continua espansione. Tra tutto questo clamore, qualcuno di loro era riuscito, occasionalmente, anche a ballare, cosa che li aiutava a ricordare, seppur fugacemente, il perché erano entrati nel “clubland” in primo luogo/istanza. Altri, invece, furono più interessati al sali-scendi del mercato delle discoteche, piuttosto che a qualcosa che avesse a che fare con il dancefloor, e questi finirono con pagare un prezzo diverso per quella che era stata la loro sete di profitto.

Operando nel centro vitale di questo sistema composto da ballerini e grossi proprietari, i dj divennero il canale di connessione della cultura dance degli anni '70, grazie alla loro abilità a scovare i dischi giusti, creare combinazioni musicali sempre nuove, sviluppare nuove tecniche di mixaggio e costringere, in questo modo, la gente a ballare.

Alcuni di questi fabbricanti di musica lavoravano per etichette indipendenti, mentre altri erano legati alle più importanti case discografiche. Tutti, in un modo o nell'altro, operavano in un mercato che inizialmente ruotò intorno ai piccoli e graziosi 45 giri, ma finì con il prostrarsi in adorazione all'altare dei singoli a dodici pollici. Tra le due fasi, l'iniziale confusione di “party music”, fu sostituita da “disco”, una terminologia chiaramente più adeguata al mercato, sebbene tutti i tipi di protagonisti ebbero tutti i tipi di problemi con questo genere estremamente politicizzato. I mezzi d'informazione, un sistema complesso di fanzine, riviste, quotidiani, stazioni radio, canali televisivi e case cinematografiche, inizialmente indifferenti, diventarono poi esageratamente entusiasti del fenomeno disco, fino a quando le circostanze non contribuirono a far traballare ed infine affondare la loro imbarcazione favorita. Queste ed altre storie sono parte del cuore pulsante di questo particolare viaggio attraverso il panorama notturno degli anni '70.

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